Matematica, il linguaggio dell’universo

Le missioni spaziali e la diversity hanno qualcosa in comune. Luca Villani, partner di The Van, ha intervistato Ersilia Vaudo, astrofisica e chief diversity officer dell’Esa durante l’ultimo congresso Aidp e ne ha scritto per Direzione del Personale: un viaggio affascinante che si conclude con un immagine degna del finale di un film

Si chiama Earthrise. È la foto scattata la vigilia di Natale del 1968 dagli astronauti americani della missione Apollo 8, i primi esseri umani a vedere sorgere la terra dietro alla luna. Una foto divenuta celebre, che ancora oggi emoziona, perché per la prima volta l’umanità ha potuto vedere il nostro pianeta da fuori. È l’immagine (e la storia) con cui Ersilia Vaudo ha aperto suo intervento al 50° Congresso Nazionale di Aidp. Lo scopo? Obbligarci a cambiare il nostro punto di vista.

Ersilia Vaudo è un’astrofisica dell’Esa, l’Agenzia spaziale europea, e dal 2017 svolge il ruolo di chief diversity officer: «Un compito – spiega lei stessa – che potrà dirsi compiuto quando questa carica non esisterà più». Il suo intervento, e le domande che sono seguite, sono state un momento di grande interesse all’interno di un congresso ricco e articolato: Ersilia Vaudo, dicevamo, si è data il compito di portarci fuori dalla nostra comfort zone. Ed è per questo che ha voluto aprire con un’immagine che è essa stessa un rovesciamento del paradigma: quella del pianeta su cui viviamo spesso in modo poco consapevole, visto da fuori, nella sua bellezza, nella sua varietà biologica e persino cromatica e acustica. «I suoni, e non solo i colori, esistono grazie all’ossigeno. Per produrre un suono occorre qualcosa da spostare. E quindi l’ossigeno, grazie al quale esistiamo, è un abilitatore di arte e non solo di vita. Nello spazio non ci sono suoni». Capito? E noi che lo davamo per scontato.

 

La paura, un software ancestrale

Rovesciare la prospettiva. Pensare controcorrente. Un’operazione assai costosa: perché sfidare il consenso è rischioso. «Il cervello umano ama la familiarità – ha spiegato Ersilia Vaudo – ama quello che già conosce. È una difesa naturale, perché la nostra esperienza è una guida. “Perché cambiare se facciamo tutto così bene?”, si chiedono molte organizzazioni, specie se di successo. È vero: ma al tempo stesso la nostra esperienza è una frazione infinitesimale di tutto quello che c’è da vedere e da sapere». La paura, ha spiegato l’astrofisica, è come un software scritto nel nostro cervello, più precisamente in un punto che si chiama amigdala. La paura è utile, ma è anche un freno. «La paura – ha concluso Ersilia Vaudo – è insita in modo ancestrale nell’animo umano. Ma per fortuna lo sono anche l’empatia e il senso di giustizia. E questo ci fa ben sperare: perché se la giustizia è dentro di noi, allora la diversità, prima ancora di essere una policy aziendale, calata dall’alto perché alla fin fine conviene alle aziende, allora è semplicemente inevitabile».

 

Viva l’errore. Ma non sempre

Quando si sono aperte le domande, dopo una premessa così stimolante, l’attenzione si è inevitabilmente spostata sulle ricadute aziendali di questo tema: paura o coraggio? Come si fa a innovare “dal basso”? E l’errore come deve essere trattato?

«Smarchiamo un potenziale equivoco – ha risposto Ersilia Vaudo. – Se si vuole creare un ambiente veramente aperto al counter-thinking, all’innovazione, è necessaria una grande partecipazione del top management, non solo dichiarata nelle riunioni aziendali ma vissuta in prima persona». La scienziata ha raccontato di avere lavorato per quasi trent’anni all’Esa, ma di avere “cambiato lavoro” numerose volte, in città diverse, con capi diversi. E proprio i capi – ha spiegato – sono uno dei fattori decisivi nella scelta di un lavoro: «Scegliete bravi capi, da cui si possa imparare». Aggiungendo che una buona azienda è quella che ti mette sempre a contatto con stimoli che non riguardano necessariamente il tuo lavoro, ma che migliorano la tua cultura, ti allenano ad alzare lo sguardo, a istituire connessioni non immediatamente evidenti. L’errore? «L’errore è indispensabile, se vogliamo avanzare. Però c’è errore ed errore: quello frutto di superficialità è imperdonabile; mentre quello “scientifico”, che nasce dalla ricerca va accettato, anche se in Italia la cultura dell’errore è ancora poco praticata».

 

La diversity non è una moda

Per finire con la diversity: cosa ci fa un’astrofisica a occuparsi di una tematica che appare più politico-sociale che scientifica? La risposta di Ersilia Vaudo è chiara: la diversity non è una moda ma è una necessità: e, nella sua visione di scienziata, si gioca su un terreno ben preciso, quello delle discipline Stem (Science, Technology, Engineering and Mathematics). «La mia posizione all’Esa è nata dalla constatazione che poche donne, una su sei, facevano domanda di lavoro, e il mio lavoro è quello di ridurre questo gap: oggi siamo a una su tre ma non ci basta». Ma la matematica è un grande abilitatore in tutti i campi, persino in quello politico. «I lavori del futuro, quelli più remunerativi, sono quelli basati sulla cultura scientifica. Ma non solo: la conoscenza della matematica è uno strumento di empowerment, aumenta l’autostima, la consapevolezza di poter gestire i problemi. E, al contrario, è dimostrato che chi ha scarsa conoscenza delle materie scientifiche tende a rifiutare argomenti complessi, a delegare e in definitiva a rimanere vittima del populismo. In Francia la carenza di cultura matematica è stata definita un pericolo per la democrazia». E se pensiamo alla scarsa cultura finanziaria degli italiani e delle italiane, “ottimi risparmiatori e pessimi investitori” secondo la definizione di un grande banchiere, capiamo che cosa significa questo grido d’allarme: se fossimo più sicuri davanti ai numeri con ogni probabilità faremmo anche scelte finanziarie meno emotive, più utili per noi e per l’economia reale.

 

Italia, zero in matematica

Appunto. E nel nostro paese? Le cose, purtroppo, vanno piuttosto male. Ersilia Vaudo cita numerose fonti, per concludere che – ad esempio – secondo l’indagine Pisa l’Italia è il 77esimo paese su 79 nel gap di genere sulla matematica. E, a sorpresa, in alcuni paesi meno avanzati sul piano sociale (in Asia, negli Emirati, ad esempio) la partecipazione femminile alle discipline Stem è superiore a quella dei paesi scandinavi, che consideriamo un benchmark della civiltà. «Come se – chiosa Vaudo – proprio in paesi più chiusi socialmente le donne avessero capito che la scienza è forza, è indipendenza economica, è libertà».

In conclusione, ho voluto lanciare una piccola provocazione: tutti, credo, ricordiamo ancora gli insegnanti che ci hanno fatto amare Leopardi o Nietzsche. Ma la matematica? Esiste, in altre parole, un modo per accostarsi alle discipline scientifiche valorizzandone il fascino invece di seppellirlo sotto le formule? Ersilia Vaudo non si è sottratta. «Innanzitutto – ha detto – bisogna far sparire dalle famiglie quella cultura per cui quasi ci si vanta di non conoscere la matematica: “Questo chiedilo a tuo padre”, o, peggio, “Ah, io la matematica proprio…”. Ma detto ciò, certo, la domanda è pertinente e la sento spesso: “Ah, se l’avessi studiata meglio”». E allora? «E allora sì – ha concluso la scienziata -. Dobbiamo insegnare la matematica come un linguaggio: dobbiamo studiare l’Italiano perché è la lingua del nostro paese, l’inglese perché è la lingua del mondo, la matematica perché è la lingua dell’universo». Se fossimo stati tutti insieme in una sala e non in diretta web, ne sono certo, sarebbe scoppiato un applauso fragoroso, quasi liberatorio, dopo un ora e mezza di volo nello spazio, come alla fine del film Gravity.