Il patrimonio della fiducia

“Il paradiso è: un poliziotto inglese, un cuoco francese, un tecnico tedesco, un amante italiano, il tutto organizzato dagli svizzeri. L’inferno è: un cuoco inglese, un tecnico francese, un poliziotto tedesco, un amante svizzero, e l’organizzazione affidata agli italiani”.

Anche se un po’ ancorata a vecchi luoghi comuni (gli italiani organizzano bene, quando vogliono, e gli inglesi talvolta ci sorprendono ai fornelli) la storiella fa sorridere e riflettere. E suggerisce un parallelo: se dovessi definire l’inferno per un’azienda, direi che è dove l’imprenditore, i manager e i dipendenti non si fidano gli uni degli altri. Se l’imprenditore non si fida dei manager (o comunque dei dipendenti), tenderà a non coinvolgerli nelle decisioni importanti, demotivandoli; se questi non si fidano dell’imprenditore tenderanno prima ad aggirarlo, poi a limitarsi a gestire l’ordinaria amministrazione, magari a cercarsi un’alternativa e di certo a parlare male dell’azienda.

La materia prima

La fiducia, insomma, è la più importante materia prima per il funzionamento di una comunità, a maggior ragione per un’azienda. Viene prima di procedure e controlli di qualità. Per capirlo plasticamente basta osservare l’organizzazione per eccellenza, la metafora sempiterna: lo sport. Quando si rompe il patto fra società, allenatore e giocatori, non ci sono metodologie né talento che tengano: nessuno fa “il passo in più”, e nel varco lasciato si infila facilmente l’avversario.

Ma la conferma di quanto la fiducia sia importante in azienda arriva dall’ultima edizione dell’Edelman Trust Barometer, uno studio mondiale sulla fiducia (che ho già citato in un precedente articolo dedicato ai Company Ambassador). Ebbene: quest’anno lo studio – che ogni anno si focalizza su un argomento – si intitola proprio “Trust at work”. Fiducia al lavoro.

Al lavoro, quindi

Sul piano generale, la fiducia sale di qualche punto percentuale. Ma ciò che qui ci interessa è che aumenta la fiducia nelle imprese e nei capi azienda. Il 76% degli interpellati (undici punti in più rispetto alla rilevazione precedente!) ritiene che “gli amministratori delegati dovrebbero assumere la guida del cambiamento, piuttosto che aspettare che siano i governi a imporlo”. E, ancora, il 71% dei dipendenti ritiene che “è estremamente importante che il mio AD risponda alle sfide dei tempi”: non solo quelle tecniche, ma anche quelle politiche e nazionali, quelle sociali, quelle ambientali; con percentuali di trust superiori a quelle di governi ed Ong.

Una grande responsabilità

Insomma, pare proprio che nella burrasca culturale e sociale che stiamo vivendo (specie in Occidente, altrove i frutti della globalizzazione continuano a essere considerati benigni), le persone, anche quelle più sfiduciate, si affidino in misura crescente all’employer. Non alle aziende in generale (la voce Business ha voti più bassi), ma proprio al loro datore di lavoro. Come se, vista la difficoltà di governare processi complessi sul piano politico, si delegasse alla propria azienda una governance “federale”, vicina, verificabile, accountable. È certamente una grandissima opportunità, ma anche una grandissima responsabilità. Che le aziende non dovranno sottovalutare: come si è visto in questi ultimi anni, il vento della fiducia cambia facilmente direzione.