La terza rivoluzione digitale

«Il cambiamento tecnologico che abbiamo vissuto negli ultimi quindici anni, da quando Internet è entrato nelle nostre vite, è inferiore a quello che ci aspetta ora. Preparatevi, prepariamoci». Stefano Venturi, Corporate VP e Amministratore Delegato del gruppo Hewlett Packard Enterprise Italia, non è uno che si tira indietro.  Per questo, credo, la conversazione che ho avuto il piacere di intrattenere con lui sul palco del 45° Congresso nazionale Aidp ha suscitato grande apprezzamento. Abbiamo diviso il nostro intervento, in apertura della prima giornata, in due parti: la prima dedicata allo scenario del cambiamento tecnologico e al suo impatto sulle nostre vite, la seconda dedicata a quello che intendiamo per cultura aziendale e a come un corpus di valori e di idee possa aiutare chi deve prendere decisioni in azienda.

Stefano, vorrei sfruttare la tua esperienza nel campo della tecnologia per provare a interpretare il contesto globale in cui ci troviamo a vivere e lavorare. Segnalo inoltre, per aggiungere un po’ di pepe alla questione, che proprio stamattina Foxconn, la più grande azienda del mondo, ha annunciato che sostituirà 60 mila addetti con altrettanti robot, automi. Allora, in che mondo ci accingiamo a vivere?
«Hai ragione, è un tema importantissimo per le nostre vite: stiamo parlando della terza grande rivoluzione tecnologica del nostro tempo. La prima, a metà degli anni Novanta, è stata l’avvento del World Wide Web – chiamato erroneamente Internet – che posso definire il primo grande fenomeno di disintermediazione. A essere stato disintermediato è stato il nostro accesso alle informazioni. Sono nati tanti business e tante nuove modalità di raggiungere i clienti, abbiamo avuto accesso a una mole di informazioni mai vista prima, imparato a usare i motori di ricerca. Abbiamo fatto appena in tempo ad abituarci quando, a metà del decennio scorso, è arrivata la seconda rivoluzione digitale: il cosiddetto web 2.0. In questo caso la disintermediazione ha riguardato i rapporti tra le persone: abbiamo cominciato a produrre e scambiarci informazioni, e le aziende sono state spinte a parlare con i propri dipendenti in maniera partecipativa, abbattendo lo steccato tra comunicazione interna ed esterna».

E con l’avvento di quella che tu chiami terza rivoluzione, cosa ci aspetta?
«Un cambio di paradigma incredibilmente più potente dei precedenti. Assisteremo alla convergenza di tre elementi. Segnatevi queste tre espressioni: Internet of Things, Big Data e Cloud. Il primo, l’Internet of Things, è già in atto: tutti i sensori oggi sono collegati in rete, e anche le persone sono dei sensori. Quando giriamo con i nostri smartphone c’è chi studia – in modo aggregato –  i nostri flussi, in una specie di telemetria del pianeta fatta di miliardi di dati collegati. Il punto è: come li usiamo? Per questo qualcuno ha inventato la seconda forza, i software di analisi di Big Data, algoritmi che leggono in tempo reale questi eventi e ne traggono dei significati. Chi sa padroneggiare questi algoritmi non è l’informatico, ma il data scientist, una figura ancora relativamente rara ma dalle potenzialità immense: è colui che conosce bene quel settore di business e sa come interpretare quella miriade di informazioni, combinandola con il suo know-how. La terza forza che fa detonare il tutto si chiama Cloud: parliamo della disponibilità di capacità elaborativa idealmente illimitata e a costi accessibili per tutti, grazie alle modalità di utilizzo as a service».

Intervista Villani-Venturi

In questa fase, insomma, a essere disintermediato è l’accesso a informazioni che prima non potevamo avere: la vera sfida è saperle usare.
«Queste tre forze domineranno la disruption che stiamo vivendo, e tra poco cominceranno a vedersi i risultati di business. Per fare solo un esempio, la ricerca farmaceutica è un settore che potrà essere molto disintermediato; si potrà realizzare una ricerca che parte da milioni di cartelle cliniche studiando e correlando i dati reali, superando la ricerca tradizionale di laboratorio che si basa ovviamente su un modello teorico. È insomma un’enorme opportunità per chi ha voglia di studiare e possiede questa capacità di combinare l’analisi dei dati con le conoscenze specifiche della materia».

A questo punto viene naturale domandarsi quanto l’Italia sia pronta a cogliere questa opportunità. Ti chiederei di provare a guardare al futuro del nostro Paese sfuggendo alle due retoriche uguali e opposte: quella del “va tutto male” e quella dello stellone, della creatività italiana che alla fine vince sempre. In sostanza, un Paese come il nostro, fatto da tante imprese piccole e medie e che quindi non può fare enormi investimenti, in questo scenario che prospettive ha?
«La buona notizia è che gli investimenti per cogliere queste sfide non sono enormi. E gli imprenditori italiani hanno dimostrato che quando hanno dovuto fare cose innovative hanno trovato i fondi. E poi dobbiamo anche sfatare alcuni luoghi comuni: oggi le nostre fabbriche del settore manifatturiero sono tra le più automatizzate al mondo, per quanto sembri incredibile. Se le aziende hanno la cultura per capire dove andare, la sfida si può vincere. Certo, negli anni Sessanta la cultura aziendale era più semplice: si fabbricava, si costruiva, spesso gli imprenditori erano operai che uscivano dalla fabbrica con una nuova idea sulla manifattura, era insomma un Paese che viveva ancora sulla scia della sua lunga tradizione artigianale. Adesso il quadro è più complesso, e quello che mi fa essere un po’ meno ottimista è il terreno perduto dall’Italia negli ultimi anni nel legame tra cultura digitale e business. È questa la parola chiave: cultura digitale. Se investiamo nel modo giusto, anche un Paese con limitate possibilità economiche può giocarsi questa partita».

Hai posto l’accento sull’importanza della cultura aziendale, che in un’altra occasione hai definito “il libretto delle istruzioni del manager”. Del resto vivi in un’azienda, Hewlett Packard, con una cultura solidissima che parte da lontano. Puoi spiegarci che cos’è, in concreto, la cultura aziendale?
«È il fondamento di ogni azienda. È, come dicevi tu, quel libretto di istruzioni che ci aiuta quando una scelta manageriale non è certa, cioè nell’80% delle volte: con la cultura aziendale si possono prendere decisioni che un computer non potrebbe prendere. L’azienda che abbandona la sua cultura viene spazzata via alla prima variazione di mercato. L’importante è che questa cultura sia portata avanti da tutti, dal top management, a chi gestisce le risorse umane. E il veicolo migliore per promuoverla è l’esempio. Hewlett Packard Enterprise, ad esempio, si fonda sul lavoro di squadra, sulla promozione della diversity in azienda, sulla fiducia nelle persone, sull’accesso informale ai vari livelli di management: tutte cose che oggi possono essere condivise, quasi scontate, ma che al momento della sua fondazione, nel 1939, erano visionarie. Sono convinto che il lavoro di gruppo sia fondamentale non solo per un buon clima aziendale, ma anche per la competitività sul mercato. La responsabilità dei manager e dei direttori HR è proprio quella di tirare fuori il meglio dalle persone, le cose positive che ognuno ha e che può mettere al servizio dell’azienda».

Luca Villani

Direzione del Personale